Testi - Indi / Izabella Pajonk

 

2014 – "Buddha nel passaporto"

2005 – "In Tempo - Vivere - Bologna"

2004 – „L’Amico viene sempre da lontano“

2003 – „Viaggio in Oriente – Il Piccolo Budda“

2003 – „Viaggio in Oriente - Volti“

2003 – „Deserto“

2003 – „L’Identita‘ dei posti abbandonati“

1995 – „Tracce, Ombre, Riflessioni“



2014 - BUDDHA NEL PASSAPORTO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
Sulla necessità di attraversare il confine.

 

Sono le quattro del mattino dell’ora legale, l’unica ora di silenzio in città. Il miglior momento per concentrarsi prima del nuovo giorno. Dopo 108 saluti all’aurora, saluti del corpo, della mente e del cuore, è questo lo spazio ideale per la scrittura.

 

Quella è l’ora in cui in India – si dice – i rishi, “coloro che vedono”, meditano solitari nelle loro remote caverne di ghiaccio nell’Himalaya caricando l’aria di energie positive e permettendo così anche ai principianti di guardare, appunto in quell’ora, dentro di sé, alla ricerca della spiegazione di tutto.

Tiziano Terzani, “Un altro giro di giostra”

 

Dal momento in cui ho abbandonato il labirinto della città è trascorso un intero decennio.

L’essere pronti al passaggio, alla metamorfosi, comportava la decisione di varcare una frontiera invisibile,

la frontiera di ciò che universalmente la cultura dominante riconosce come sensato e dotato di valore.

Erano i miti e i sogni a costituire per me ispirazione e indicazione d’un percorso.

Fenomeni che nel caos della città avevano perso l’antico significato, l’antico valore e rispetto.

Mi guidava l’intima persuasione che le immagini e i segni che comparivano tanto nei sogni quanto nella veglia

avessero un significato più profondo, contenessero un messaggio, rappresentassero il codice cifrato di una qualche verità nascosta. La lettura degli antichi Cercatori mi corroborava nel convincimento che valesse la pena di seguire le tracce della voce dello spazio mitico che andava rivelandosi. E così come tanti prima di me, e altrettanti dopo di me, mi sono incamminata in direzione dell’Oriente, ho intrapreso il viaggio verso la sorgente, verso la landa dei primordi, verso l’India.

 

La decisione maturò sotto l’effetto del rapimento al cospetto del misterioso Buddha, rinvenuto in un depliant sull’Himalaya, 

un sorriso particolare risuonava dentro di me, con una pace da tempo dimenticata e beatitudine.

Per molto tempo non riuscii a staccare lo sguardo dalla bellezza di quel volto. Il Buddha Maitreya, il Buddha dell’Amante Benevolenza, il Buddha della Nuova Era. La Mente Illuminata e il Cuore Compassionevole.

Ritagliai la foto dal depliant e la misi nel passaporto, e ancora oggi è lì, da dodici anni.

Con Buddha nel passaporto mi sono dunque messa in viaggio per superare la frontiera, la frontiera di ciò che è noto…

 

Esperienza immediata.

Il primo giorno in India mi provoca uno shock.

Arrivo di notte, nella tenebra più profonda, nel quartiere più povero di Delhi, e nelle vicinanze dell’ostello vedo solo qualche indiano smarrito. La mattina invece, quando esco per le vie, non faccio in tempo neppure a guardarmi intorno e sono già travolta dall’onda di una folla fitta e ondeggiante, come un fiume in piena composto da singole esistenze.

La quantità di popolazione che scorre è sconvolgente, mi trasporta come una zattera inerte.

Un formicaio immenso, uno sciame, un gregge, un branco.

Un movimento individuale assoggettato al movimento del tutto.

Un dettaglio individuale dominato da tratti comuni.

Un ondeggiamento ritmico nella misteriosa armonia del cosmo.

Fa la sua comparsa la prima sensazione, non un pensiero, percepita con tutto il corpo: non sono che una briciola, un piccolo frammento di un tutto più grande, mi distinguo leggermente dal resto solo per via di qualche particolare, ma sono decisamente come ciascun altro elemento e come ciascun altro elemento sono fragile, in ogni istante posso spegnermi come una fiamma. Vedo i malati, i moribondi, i vecchi, gli affamati...

Sento come mi schiaccia il peso del dolore.

Si fanno sentire la tristezza, la paura – manifestazioni dell’ego. Separazione.

Qui ora, tra la folla che riempie le vie di una città orientale, dove tutto è diverso, sconosciuto, dove non c’è nulla di familiare a portata di mano, a che cosa potrei attaccarmi istintivamente.

Tuttavia la curiosità del mondo è più forte della paura.

Più forte della paura è anche quella fiducia irrazionale.

Da dove viene quella paura? Da dove viene quella fiducia? Scorrono forse dalla stessa fonte…

Chi ha paura? Chi si fida?

 

Mi vede nella folla, chiaro, sereno, sorridente, con lo sguardo deciso dei suoi occhi neri, con i capelli lunghi, scalzo, in un abito bianco, con un berretto di lana bianca, cinto di uno scialle caldo color beige.

Si accosta, mi lancia uno sguardo amichevole, comincia a narrare il suo racconto.

 

“Il sole, la luna, le stelle e tutte le luci che puoi immaginarti nel mondo esterno non sono che un frammento di quella grande luce che si trova in te. È la luce della conoscenza, la luce del discernimento, la luce della comprensione, la luce della vita, la luce della condivisione e dell’amore, la luce di quell’essere che sei tu. Tu sei tutto ciò. La luce interiore è come un’onda nel vastissimo oceano della felicità – quell’oceano che chiamiamo il Brahman, l’Assoluto, l’Infinito, l’Altissimo. Tu sei quell’onda. Ricorda sempre che la luce della vita in realtà è dentro di te. Nessuno ti darà mai la salvezza. Non sviluppare dipendenza da qualcosa di esterno, poiché nessun essere possiede il potere di darti la salvezza, se non lo vorrai tu stesso e non lavorerai a questo scopo. Sei responsabile delle tue azioni, qualunque cosa tu faccia. Il giorno in cui capirai che per essere libero devi metterti a lavorare per il bene degli altri, il dolore sparirà e fiorirà il fiore dell’umanità. La libertà è il desiderio di tutti gli esseri e l’amore incondizionato è il primo passo verso questa libertà.” (Swami Rama)

 

La sensazione di tristezza e di inquietudine svanisce. Svanisce la senzazione di separatezza.

Seguo fiduciosamente lo sguardo dello Yogi himalaiano.

Vedo la luce subito accanto all’ombra.

Le mani giunte nel gesto Namaste – “La divinità che è in me si inchina davanti alla divinità che c’è in Te”.

Guardo con cuore audace i passanti.

Volti dai tratti decisi, dagli sguardi profondi, segnati dalle fatiche della vita, e tuttavia miti, raggianti. Occhi splendenti segnati da tratti scuri, con riflessi di un altro, misterioso mondo. Persino i volti dei bambini sembrano toccati dal mistero. Umili vesti portate con dignità, piedi scalzi, pigmenti sul viso, braccialetti di semi, amuleti, incensi, ghirlande di fiori freschi.

Una nobile semplicità in ogni movimento, in ogni gesto e sguardo.

 

Che cos’è … che fa sì che di tra la sofferenza e il dolore compaia improvviso un lampo, una meraviglia, la bellezza?

 

“Dalla tenebra conducimi alla luce”.

 

Dharamsala, la dimora del Dalai Lama in esilio, rifugio di molti tibetani.

 

Il Buddha dai capelli azzurri, il Buddha Shakyamuni,

il primo tra i tanti Buddha che avrei visto in seguito.

Sono presa dalla commozione, le lacrime mi scorrono sul viso.

Statua, metafora, segno, archetipo.

La sorprendente efficacia dell’opera d’arte…

Quanto un’opera d’arte possa illuminare lo spazio mitico interiore…

Quanto lo possa offuscare la distruzione di un’opera d’arte…

Manoscritti bruciati, pitture distrutte, sculture fatte saltare in aria, santuari demoliti, musei bombardati…

Un mandala di sabbia, magistralmente composto, non terminato, calpestato…

La rivoluzione di barbari che si fanno cinicamente beffa dello spirito…

Arrogante materialismo immerso in un mare di ignoranza…

 

Avidità, cupidigia, odio, omicidio…

Sfruttamento, privazione della dignità, torture, annientamento…

 

Buddha in esilio. Bodhisattva della Compassione.

XIV Dalai Lama, Tenzin Gyatso “l’Oceano della Saggezza”, Kundun,

La manifestazione di Cenresig, il Buddha di Avalokiteshvara,

Yeshe Norbu ‘ “Il gioiello che avvera i desideri”,

Sua Santità, il magnanimo “Mahatma”.

Il fautore delle azioni non violente.

Il vincitore del premio Nobel per la pace.

 

Dice di essere un Semplice Monaco.

E chiama la sua religione Benevolenza.

 

Da tanti adorato, da pochi appoggiato nelle sue aspirazioni.

 

Continuano le persecuzioni e i genocidi di tibetani e di altri popoli nel mondo.

La violenza perpetrata sull’uomo, la violenza perpetrata sugli animali, la violenza perpetrata sulla natura, su noi stessi, l’autodistruzione.

L’avidità consumistica che trasforma tutto in banconote.

In sequenze di numeri virtuali sui monitor delle banche e delle borse mondiali.

 

„Solo la speranza può farci vivere.

Nonostante gli atroci delitti che gli invasori del nostro paese hanno commesso, nel mio cuore non c’e‘ la minima traccia di odio verso il popolo cinese. Credo che ascrivere a una nazione i crimini commessi da alcuni individui sia un pericoloso errore. Conosco molti cinesi degni di ammirazione. La mia speranza risiede nel coraggio dei tibetani, nell’amore per la verita‘ e per la giustizia sempre vivi nel cuore umano.

E la mia fede risiede nella compassione del Buddha.

 

Sii una sorgente di speranza!

Qualsiasi cosa accada

Non perdere mai la speranza!

Innalza il cuore.

Nel tuo paese troppa energia

Va a coltivare la sfera mentale.

Sii una sorgente di compassione,

Non soltanto per i tuoi amici,

Ma per il mondo intero.

Sii una sorgente di compassione.

Opera per la pace.

Te lo ripeto,

Non perdere mai la speranza,

Qualsiasi cosa accada,

Qualsiasi cosa accada intorno a te

Non perdere mai la speranza!“ (Dalai Lama)

 

I maestri dicono che l’aspirazione dell’uomo alla distruzione è una conseguenza della mancanza di percezione dell’unità con gli altri, con noi stessi, con l’universo, con la nostra natura più profonda, con lo spazio di una bontà di fondo.

L’unica comprensione di come agisca la mente dell’uomo, di come funzioni l’ego la fornisce l’abbandono dell’illusione di essere separati, solo un cambiamento della consapevolezza umana può guarire il dolore del mondo. È necessaria una sua metamorfosi interiore, una rivoluzione interiore, il lavoro spirituale di ogni singola persona per capire che la fonte del dolore non è un altro essere umano, non è un’altra religione, un altro sistema, un’altra nazionalità, un’altra razza, un’altra cultura. La fonte del dolore sta nel modo errato con cui il nostro ego, l’ego di ogni essere umano, di ogni religione, di ogni sistema, di ogni nazionalità, di ogni razza, di ogni cultura, guarda la realtà.

Si rende necessario un rinnovamento. Un rinnovamento della lingua, dell’educazione, della cultura, della spiritualità.

 

„Quella mente, finora impegnata prevalentemente a conoscere e ad impossessarsi del mondo esterno, come se quello fosse la sola fonte della nostra sfuggente felicita‘, dovrebbe rivolgersi anche all’esplorazione del mondo interno, alla conoscenza di se‘.“

(Tiziano Terzani – „Lettere contro la guerra“)

 

In India per la prima volta ho provato una sensazione di pienezza. Come tornare nella casa in cui si è abitato in passato.

È venuta meno l’impressione di una nostalgia indeterminata, di solitudine nella folla, di mancanza.

Mi sono sentita completa, integrata, felice.

Quel viaggio fu l’inizio di una nuova tappa nella vita, una tappa di attività e ricerche ispirate dall’approfondimento delle pratiche

e del pensiero orientali.

 

„ In nessun altro posto al mondo la contrapposizione degli opposti – bellezza e mostruosita‘, ricchezza e poverta‘ – e‘ cosi drammatica, cosi sfacciata come in India. Ma e‘ stata proprio questa visione dell’inevitabile dualita‘ dell’esistenza che spinse i rishi a cercarne il significato recondito, che ancora oggi sembra agire come un catalizzatore spirituale in chi ci si avventura. Basta metterci piede, in India, per provare questo mutamento. Innanzitutto ci si sente piu‘ in pace. Con se stessi e col mondo.“

(Tiziano Terzani – „Un altro giro di giostra“)

 

L’Italia invece da sempre mi sembrava la promessa di una casa per una vita nuova.

Da quando ho lasciato il labirinto della città e sono partita per l’oriente sono già passati dieci anni.

Migliaia di giorni e migliaia di notti mi separano dal paese che mi è tanto caro.

Dal paese in mezzo al mediterraneo, dalla mia oasi al sud.

E ora sono tornata di nuovo. Ed è tornato il Buddha.

 

Istituto Lama Tzong Khapa, Pomaia

 

Dopo la conferenza stampa, assieme ad altri volontari, sosto accanto al sentiero che porta alla casetta del Dalai Lama.

Le mani giunte nel gesto Namaste, in mezzo la candida sciarpa di seta detta kata. Sotto stretta sorveglianza, compare improvvisamente all’orizzonte e si dirige dritto verso di me. Le guardie di scorta lo seguono. Il Dalai Lama mi prende dolcemente la mano e con l’interprete alla sua sinistra e me alla sua destra va verso il luogo in cui ci faranno una foto ricordo insieme. Andiamo dunque insieme, tenendoci per mano, passo dopo passo, lentamente, attentamente facciamo qualche metro,

10, forse 20, non ricordo. Meditazione in movimento… ogni passo attento, consapevole, lentamente, al ritmo del respiro, senza troppa fretta…

Più di una volta mi attraversano i brividi, dalla testa ai piedi, sento come mi si allarga il cuore, quanto concentrata sia la mia mente. Per tutto il tempo che durò quel breve istante che a me parve eterno nel mio spazio si verificò qualcosa che non riesco a descrivere. Forse quell’unico istante di meditazione insieme, passo dopo passo, mano nella mano, ha avvolto con la sua potenza i mille giorni e le mille notti di lotte solitarie. Il Guru è sempre presente, nello spazio mitico può assumere le sembianze del Buddha raggiante o del fiore di loto o di qualunque altra cosa, segno, parola, silenzio… può apparire anche in sogno. L’esperienza dell’incontro immediato con il Guru è particolare per il fatto che spesso supera qualunque aspettativa.

 

Lo spazio aperto dei campi toscani con la fascia azzurra degli Appennini all’orizzonte. La vegetazione rigogliosa, dal profumo inebriante. Campicelli erbosi dalle sagome più svariate in tutte le sfumature del rame e del pulviscolo dorato.

Segni particolari – i pini e i cipressi, dolci colline scandite dagli ornamenti dei sentieri. Il cielo di un azzurro profondo, nubi piumose, venticello. E tutto ciò in un movimento incessante, senza sosta, ondeggiante al vento, pulsante con il ritmo della natura, il ritmo di una danza compatta, corpo a corpo, foglia a foglia, gambo a gambo.

È questa la prima immagine del primo giorno del mio ritorno – un organismo vasto, vibrante di vita, intrecciato con i fili variegati di differenti forme e motivi.

 

Nello spazio della natura scelgo il luogo in cui rifugiarmi, tra i campi, lontano dal sentiero, sotto un solenne albero.

Un albero radicato per ben tre volte, sotto terra, in terra e in cielo. Scompigliato dal vento che lo rinfranca, delicato, lenitivo.

Simbolo di rifugio, di risveglio, di unità, di pace…

 

Penso al Buddha in esilio…

Provo a ricostruire nella mente la nostra meditazione insieme…

Passo dopo passo…

 

Possa io durare e distruggere le sofferenze del mondo!

Possa io essere il protettore dei derelitti,

La guida di chi e‘ in cammino,

E per chi anela a toccare l’altra riva

Essere io vascello, barca, ponte;

Essere l’isola di chi l’isola cerca,

La lampada di chi cerca la lampada,

Il letto di chi cerca giaciglio;

La pietra prodigiosa, il vaso dall’immenso

tesoro, la formula magica, la pianta che risana,

l’albero dei desideri, la vacca dell’abbondanza.

Finche‘ lo spazio dura

E finche il mondo dura,

Possa io durare

E distruggere le sofferenze del mondo.“

 

Nel 1989 il Dalai Lama concluse il suo discorso di accettazione del premio Nobel per la pace attingendo, nell’ultima quartina di questo passaggio, alla lunga preghiera in cui il grande asceta indiano Shantideva esalta l’amore dei Buddha verso tutti gli esseri. Quasi un quarto di secolo dopo ha confessato che al momento della morte gli piacerebbe prendere congedo dalla vita presente pensando a questi versi, con lo spirito intriso di compassione.“

 

(Dalai Lama, Sofia Stril – Rever: „Autobiografia spirituale“)

 

“Ogni passo porta la pace. Camminare sulla terra è un miracolo. Di solito si pensa che sia un miracolo camminare sull’acqua o levitare in aria, ma io credo che il miracolo vero sia camminare sulla terra. Ogni passo porta la pace.

La pace è presente qui e ora, in noi stessi e in tutto ciò che facciamo e vediamo, è importante solo imparare a trovarla.”

(Thich Nhat Hanh, Ogni passo porta la pace)

 

Cracovia, luglio 2014

 

Traduzione: Emiliano Ranocchi
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
fot.Olivier Adam - Pomaia 2014

 

2005 - IN TEMPO - VIVERE - BOLOGNA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Secondo i calcoli dei geologi il continente africano si sta allontanando verso nord.

A tempo debito schiaccerà l’Italia e la Grecia, sbarrando per sempre il mar Mediterraneo, mentre le masse pigiate del continente africano innalzeranno montagne alte come l’Himalaia da Parigi fino a Calcutta.

Te ne parlo, perché se hai interessi da sbrigare in Italia, è bene che tu lo faccia nei prossimi ventimila anni.

Se guardi spesso la luna, sappi che il satellite si allontana dalla terra di quattro centimetri all’anno.

Al momento opportuno si sottrarrà al controllo del nostro pianeta e prenderà la via dello spazio.

Difficile prevedere quali conseguenze ciò possa avere per il globo terrestre.

Te ne parlo per tempo, affinché tu possa saziarti della sua vista ora, quando si trova ancora quasi a portata di mano" 

(Adam Korpak)

 

 

Piazza Santo Stefano. Fa giorno.

Le strade confluiscono, si incrociano e nuovamente separano.

Questo è il mio centro, il mio centro città.

Sul portale della basilica medioevale il gesto della mano rivolta verso l’alto.

In giardino tre cipressi.

L’eco attutita del canto dei monaci fa vibrare i muri ancora caldi del sole di ieri.

Sono seduta sulle pietre a ridosso della parete della basilica, subito accanto all’entrata.

La porta è chiusa.

È qui che di solito mi fermo, faccio silenzio dentro di me, mi guardo dentro.

L’aria, messa in oscillazione dal suono delle campane, assorbe l’aroma intenso del caffè del mattino.

Le ruote di bicicletta tagliano l’aria – nel loro vortice balenano mutevoli frammenti di immagini, come in un mandala.

Si destano i suoni.

In lontananza si sentono i primi clacson dei motorini, il rumore delle macchine, gli autobus che cominciano la loro corsa.

Più vicino – i saluti allegri dei vicini e dei negozianti.

Un clochard con il berretto invernale piega il suo giaciglio di cartone.

Poi spinge davanti a sé un carrello di supermercato, pieno di oggetti trovati per strada.

 

Quella adesso è la sua raccolta di oggetti – una raccolta intima.

Di oggetti addomesticati.

È tutto quello che possiede ed è ben poco.

 

Chiudo gli occhi, respiro.

Le gambe piegate nella posizione del loto percepiscono l’attrazione terrestre.

La testa tocca il cielo.

 

Quante immagini si sono accumulate sotto le palpebre socchiuse, quanti suoni catturati, quanti odori, frammenti di conversazione, parole, voci, riso, colori, tutte le sfumature del rosso, dell’arancio, di caldi gialli.

Una proiezione di episodi frammentari, disposti a strati senza ordine né continuità.

Un vasto repertorio di sensazioni, nate in così breve tempo, dopo tanti mesi di giorni bianchi e freddi in un paese lontano.

L’intensità delle emozioni, la loro quantità e varietà stordiscono, rapiscono e elevano.

Il guscio congelato del mondo si è sciolto energicamente e all’improvviso, è comparsa una luce calda, il bianco si è rifratto in uno spettro di colori intensi.

 

Vedo la città, la città labirinto, la città sesamo.

Misteriosi passaggi sotto i portici, portoni pesanti e massicci, campanelli rotondi, finestre velate, tendaggi di un bordeau sbiadito, persiane, ornamenti, colonne, affreschi semicancellati, immagini sacre, antiche iscrizioni, vecchie insegne di negozi, numeri, date, cognomi, busti, teste, la facciata incompiuta della basilica di san Petronio.

Tocco la pelle della città, la ruvidità delle pietre, il tessuto superficiale delle cose.

La pelle di imponenti e secolari strutture architettoniche, abbandonate all’azione del sole e del tempo.

La struttura grossolana e sfaldata della scenografia teatrale di spettacoli che cambiano da secoli, vive, muore perdura e si allontana, sottoposta alle forze della natura e al ritmo dei cambiamenti.

È un collegamento quotidiano in diretta con la fragilità dell’esistenza, passo dopo passo, sguardo dopo sguardo.

I raggi di luce naturale cancellano i tratti delle madonne negli affreschi sulle facciate della città.

Le madonne e le donne dei grandi maestri trovano rifugio nei musei e nei santuari.

Per le vie la luce artificiale mette in evidenza la bellezza delle donne di oggi.

La bellezza di splendide modelle che fanno la pubblicità di svariati prodotti su giganteschi bill board e light box.

Peccato solo che qualcuno abbia pensato di rapire dalla quiete dei musei per il mondo della pubblicità la Venere di Botticelli in persona, affidando al simbolo della bellezza la missione di promuovere un prodotto del XXI secolo.

Donna di Botticelli, non sarebbe stato meglio se la tua immagine fosse rimasta nascosta in fondo allo specchio?

Non hanno un destino migliore quelle che svaniscono alla luce del sole?

 

Gli affreschi che scompaiono sulle facciate dei palazzi, dei santuari, nei vicoli sotto i portici mi ricordano un pregnante episodio del film „Roma” di Federico Fellini. Gli operai che costruiscono il metro, dopo aver attraversato varie pareti nel sottosuolo romano, incorre per caso nell’interno di un antico palazzo, rimasto per secoli ermeticamente chiuso al mondo esterno. Davanti agli occhi degli archeologi compaiono affreschi folgoranti. La visione non dura che un istante. Penetra l’aria, le immagini scompaiono in un batter d’occhio.

Non torneranno più. Appartengono a un altro tempo. A un altro mondo. La bellezza si sgretola nel nulla davanti agli occhi dell’osservatore.

 

Le tracce di quello che fu si allontanano senza sosta, trapassano. È l’ultima occasione per vederle, per fare in tempo.

Ancora per un po’ le torri pendenti italiane, di centimetro in centimetro sempre più inclinate, toccano con i loro vertici il cielo del meridione. La bellezza, per sua natura opposta all’ordine e alle leggi dei numeri, per sua natura condannata al declino, ancora scintilla alla luce del sole. I dipinti dei maestri italiani ancora emanano la luce del mistero.

 

„E se anche fecero diecimila volte Madonne e Santi, e se alcuni di loro dipinsero col saio e in ginocchio, se le loro Madonne operano miracoli fino ai nostri giorni: essi hanno avuto tutti un’unica fede, una sola religione li ha infiammati: la nostalgia di se stessi. I loro rapimenti più alti erano scoperte che compivano nel profondo di sé. Tremanti le alzavano nella luce. E poiché la luce era allora piena di Dio, così fu LUI ad accettare i loro doni.[... ] Non dovete conoscerli, distinguere e giudicare, come pure vorreste. Dovete amarli. Lo potete ancora? Questa è la prova. [...]Come erano del tutto simili ai migliori di noi! Le loro nostalgie si continuano in noi. E le nostre nostalgie, quando saremo spenti, vivranno in altri, per realizzarsi in alcuni che verranno alla fine. E questi soltanto saranno un inizio. Noi siamo presentimenti e sogni.”

(R. M. Rilke, Diario fiorentino, a cura di Giorgio Zampa, Rizzoli 1990, p. 103-104, 179)

 

 

 

Non lontano da piazza Santo Stefano, in via Fondazza, lo studio di un grande maestro un tempo emanava fragranze di colori e trementina. Giorgio Morandi lavorò nella città labirinto nel secolo scorso. Aprì allo sguardo uno spazio in cui tutto il mistero dell’esistenza viene espresso tramite l’osservazione di un insieme di oggetti.

Oggetti comuni, quotidiani. Bottiglie, tazze, ciotole, barattoli, flaconi, talvolta un frutto o una conchiglia.

 

La sua raccolta di oggetti, privata e intima.

Cose addomesticate.

Ben poca cosa, eppure nei quadri c’è tutto.

 

Nello studio del pittore sono rimasti gli oggetti, nei musei le immagini di quegli stessi oggetti.

I primi, benché immobili, sono avvolti ora da un altro movimento e un altro tempo.

I secondi respirano ancora il silenzio e la luce del secolo passato.

Continuano a specchiarsi negli occhi che li avevano visti.

Notati e fatti propri, toccati nel profondo, sono divenuti l’immagine dello spazio tra loro stessi e l’osservatore,

dello spazio attorno a loro stessi e all’osservatore.

 

„Loda all’angelo il mondo [...]

Mostragli

allora il semplice, di generazione in generazione formato,

che come nostro vive, presso la mano e nello sguardo.

Digli le cose [...]

Siamo qui forse per dire: casa,

ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutto, finestra, -

al più: colonna, torre… ma per dire, comprendilo,

per dire così come persino le cose intimamente mai

credettero d’essere"

(R. M. Rilke, Elegie duinesi, in: R. M. Rilke, Poesie, a cura di G. Baioni,

trad. di Anna Lucia Giavotto Künkler, Einaudi Gallimard 1995, p. 97)

 

 

 

 Qualcuno ha detto che non siamo che un episodio nella vita degli oggetti.

Infatti ce ne andiamo prima, mentre sugli oggetti permangono ancora per un po’ l’energia e la memoria dell’uomo.

Quante esistenze si sono appoggiate assorte alle colonne consunte della città labirinto?

Quanti pensieri hanno creato l’aura di questo posto?

 

Lunghi e misteriosi passaggi con filari di colonne che costeggiano le vie fanno l’impressione di corridoi magici.

Entrata. Uscita. Entrata. Uscita.

Le colonne ricordano i mulinelli buddisti per la preghiera.

Passando tra l’entrata e l’uscita li tocco con il palmo della mano, mettendoli nel movimento del mantra, facendoli vibrare.

Questo movimento serve a ricordare, a fare costantemente attenzione.

Il passaggio è una sosta nel movimento, un liberarsi dagli inutili bagagli dei pensieri che distorcono l’immagine della realtà,

preparano a uscire nelle piazze.

Le piazze.

Le piazze surriscaldate dal calore.

Aree urbane di particolare importanza.

La piazza vuol dire incontro, vuol dire movimento sospeso.

Nelle piazze le persone sole e quelle circondate da gruppi di amici sono sedute le une accanto alle altre per conversare e tacere, guardare, cantare, suonare, sentire l’energia che emana dallo stare insieme.

Per le persone del sud la musica è qualcosa di naturale, onnipresente e indispensabile come l’aria.

Loro per primi sono musica: espressione, melodia e ritmo.

I loro sguardi, il loro modo di parlare, i colori e le intonazioni della voce, i gesti.

Movimento, apertura, temperamento, spontaneità, allegria.

 

Da tutte le parti della città scendono nelle piazze gli artisti ambulanti, i musicanti, i poeti i clown e i giocolieri.

Portano con sé la fede nella magica potenza dello spettacolo, nel miracolo della trasformazione,

nella poesia del circo – unità di vita e arte.

Nella poesia dell’infanzia perduta, innocente purezza di commozione.

Portano la speranza di ritrovare se stessi, la nostalgia della sorgente.

 

Vedo una pittoresca parata di strane figure che attraversa la città.

Parrucche, costumi, trampoli, marionette, vessilli, stendardi, tamburi, trombe, fischietti.

Improvvisamente, quando meno ce l’aspettiamo, viene giù un acquazzone.

Guardano in alto, socchiudono gli occhi, sollevano le mani, sorridono.

La pioggia li penetra, li libera, li purifica, per questo la bevono con il palmo della mano, con la bocca, con tutto il corpo.

Scende su di loro un’energia nuova e dirompente, si abbracciano, gridano, corrono avanti a sé con le braccia sollevate - belli, liberi e forti. Che sia una catarsi collettiva?

La pioggia è un segno dal cielo. Loro sono un segno dalla terra. Il rituale magico degli elementi incorona il segno della congiunzione

del cielo e della terra – un arcobaleno spettacolare.

Guardo e non credo ai miei occhi.

Mi guardo intorno, cerco FeFe. Forse è seduto in alto su una delle sue gru con il megafono accanto al viso e accanto gli operatori cinematografici… e ondeggiano al vento i loro impermeabili. Sono a Cinecittà?​

 

Quando si allontanano gli ultimi clown, il senzatetto ha un’illuminazione, le sue palme ardono di luce.

 

La città notturna.

Passo accanto agli ombrelloni chiusi davanti al Doge Café. Mi fermo, non posso allontanarmi.

Due ombrelloni che aspettano l’alba, come due alberi che spuntano da un unico tronco,

come due colonne lontane che sostengono un’unica volta.

In questi oggetti vi è la malinconia dell’attesa e un irrevocabile radicamento nel luogo. Immobilità.

 

Mi torna in mente un’immagine vista tanto tempo fa, ma che continuamente ritorna,

quella di un deltaplano che vola liberamente al di sopra delle alture.

Sul deltaplano due figure. In alto, molto in alto.

 

Nei vicoli della città labirinto incontro un ragazzo col “viso pieno di sogni”.

Effimero, taciturno, compare per un istante per sparire di nuovo un attimo dopo.

Misterioso compagno del mio vagare. Una figura – specchio. Vedo in lui il mio riflesso.

Solitudine, nostalgia, sogni nebulosi e disponibiltà al passaggio, disponibilità al cambiamento,

pur conservando „occhi aperti e cuore aperto”.

 

„ anch’io irritato, tutta quella passeggiata mi era venuta a noia, tutto era così indifferente […]

Se non provavo esaltazione, ero deluso, in me, attorno a me tutto era così vuoto e tagliente,

il sentimento amoroso irrigidito. […]

Ero come un giocatore che avesse puntato tutto su una carta: ero sempre alla ricerca di un’ebbrezza senza nome,

oppure non cercavo nulla.

Richter era allegro e realizzato, il suo sguardo trascorreva verso i boschi, laggiù nella valle,

poi su, dove sarebbero apparse tra breve le stelle.

Mentre scendevamo, attaccò discorso, o meglio: decise di aprir bocca, perché percepiva come la mia immaginazione si dimenasse tra il troppo e il troppo poco.

Parlò di come l’uomo nel maturare apprenda a preferire la pienezza all’eccesso, la pia contentezza al desiderio smodato. Mentre parlava, camminava velocemente, raramente guardava la strada, bensì teneva lo sguardo fisso innanzi a sé, verso qualcosa, a tratti quasi con caparbietà. Parlava piuttosto per me che a me. Sembrava che stesse alacremente seguendo una luce che vedeva in se stesso" 

(H. von Hofmannsthal, Raoul Richter)

 

 

Bologna 2002 - 2004

 

 

Traduzione: Emiliano Ranocchi

 



 

 

L'AMICO VIENE SEMPRE DA LONTANO

 

 

“Essere in cammino è una grande cosa” (Nansen)



Riprendere la fatica, per poter arrivare ai luoghi sconosciuti,

dove scopriamo un’altra piccola parte della verità di noi stessi.
Dovunque siamo, scopriamo non solo spazi nuovi fuori di noi, ma anche dentro di noi.
La strada e la ricerca, la scoperta, la perfezione.
La via non mira all’obiettivo.



“La via è lo scopo” (Lao Tsu)



Viaggiamo, siccome sentiamo la mancanza, la nostalgia di qualcosa di indeterminato.

La nostalgia di noi stessi, della realizzazione.
Cerchiamo una risposta alle domande:
Chi sono? Chi voglio essere? Sono in grado di leggere i segni?
La cosa più importante avviene al bivio.

L’incontro

Toccare l’altro. Il colloquio.
La sensazione dei vincoli. L’inizio dell’amicizia. La gioia dell’esistenza altrui.
Al bivio le strade si congiungono e si separano.
L’incontro dura appena un momento.
Dobbiamo lasciarci, perché ognuno va per la propria strada solitaria.
Può darsi che non ci vediamo mai più.
Può darsi che ancora una volta ci unisca il caso.
Però “gli amici da lontano” ritornano non solo una volta.
Come le stelle che ritornano sempre di notte.
Arriveranno nei momenti di dubbio e di impotenza.
Per rivivere in noi di nuovo il fuoco e il desiderio per un’ulteriore escursione.

Perché arrivano sempre da lontano?
Forse perché sono partiti lontano.
E hanno visto tante cose sulla loro strada,
hanno vissuto tanto per poter sapere che il vero incontro è un  fenomeno raro e bello.

Un momento di realizzazione, che a volte si aspetta da anni.
E gli amici, un bene prezioso. Siccome vogliono essere per se stessi

“la finestra sull’universo ampliato dell’esistenza... e non lo specchio” (Rilke)




Traduzione: Bożena Topolska

 

VIAGGIO IN ORIENTE / IL LOTO E LA CITTA' / IL PICCOLO BUDDA
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
“L’uomo perfetto è come un bambino, i suoi sentimenti sono pieni e la mente equilibrata.

Provando l’armonia conosciamo la costanza, e la prova della costanza è l’illuminazione” (Lao Tsu)



Attraverso l’India folle e surrealistica, nel chiasso e nella polvere della Città caotica, arriviamo con Babu a quell’oasi di silenzio e riposo che è il monastero buddista sul colle Kopan nel Nepal.

Dal monastero si gode il panorama su tutta la Valle di Kathmandu’: città, templi, villaggi, campi di riso; all’orizzonte nella nebbia – l’Himalaya. L’aria tremola con i suoni delle mantre recitate ...


OM MANI PADME HUNG - il gioiello è nascosto nel loto ...


Alzo la testa in alto per fissare con gli occhi le bandierine di preghiera che ondeggiano al vento ...

il mio sogno si è realizzato ... ci sono ... sorrido ... respiro ...


Si distingue nella folla di colore bordò e arancio dei monaci immersi nella meditazione.

Piccolo, fragile, con un sorriso disarmante, con strani disegni sulle magrissime mani.
Corre avanti e indietro con passione, riempito di una gioia non di questo mondo...

ogni tanto si piega sulle ginocchia ... e poi si alza ... sparisce non si sa dove ...

appare all’improvviso ... spontaneita’ illimitata ... creauturina alla quale appartiene tutto il mondo ...
Con lo sguardo scintillante che assorbe tutto ... Chiaro, leggero, radioso ...
Il piccolo Budda, un fiore fiorente ...
Dovunque sia, illumina lo spazio intorno a sé ... Sui visi concentrati dei monaci appaiono sorrisi ...

alcuni, commossi dalla spontaneità del piccolo, lo accarezzano con gioia ...

lo sanno bene che forza ha quel più piccolo tra i più piccoli.
Guardo con ammirazione il piccolo monaco, mi viene un ricordo:


“quando il bambino era bambino
aveva le mani libere
voleva che la sorgente diventasse torrente,
e che il torrente diventasse fiume,
e  la pozzanghera - mare
quando il bambino era bambino
non sapeva di essere bambino
per lui tutto aveva un’anima,
e tutte le anime erano un’unità
quando il bambino era bambino
non aveva un suo parere
né alcuna abitudine,
gli piaceva sedersi alla turca, dal posto partiva correndo,
posando per la foto non storceva il viso
quando il bambino era bambino
faceva tante domande
perché io sono io, e non te?
perché sono qui e non sono là?
quando è incominciato il tempo e dove finisce lo spazio?
e la vita qui sotto il sole non è solo un sogno?
quello che vedo, sento e provo è il mondo
oppure solo la maschera del mondo?
e il male esiste veramente?
esiste veramente la gente cattiva?
come è possibile che io, che ci sono,
non c’ero prima di apparire e che
arriverà un giorno in cui smetterò di esserci?”
(Peter Handke)


Traduzione: Bożena Topolska

VIAGGIO IN ORIENTE / IL LOTO E LA CITTA' / VOLTI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

„Il volto è una traccia,

però una traccia cancellata
A dir la verità non si sa chi è passato.
Ē Dio che è passato?
Da che parte?
Sappiamo solo una cosa, che queste sono tracce,
che ci portano all’altro.
L’incontro è un’esperienza assolutamente diretta,
non si svolge in una prospettiva di cognizione,
ma in una prospettiva di bene.
Nella situazione del mondo sconvolto da esperienze
di abbandono, solitudine, sofferenza, passaggio-
la risposta è il viaggio sulle tracce degli altri”.
(Tadeusz Gadacz)



Quello che ha lasciato le tracce più profonde dentro di me durante il viaggio in Oriente, è stato L’INCONTRO con l’altro uomo – le immagini dei volti.
L’incontro - un flusso naturale d’energia, uno sguardo libero, un sorriso particolare.

Penso alla gente che ho incontrato spesso lontano dalle grandi città, alla gente che vive nei posti tranquilli e distanti, circondati da alte montagne, vicino alla natura.


„Quella gente povera sotto l’aspetto materiale è ricca di cuore. La maggior parte di loro non ha nulla e tale fatto la rende libera dalla preoccupazione di possedere e dall’ansia della perdita.

Vivono al momento e godono il momento che nessuno gli toglie”


Osservando la loro vita e i riti quotidiani, facendo le foto oppure parlando, non mi sono mai sentita trattata come se fossi un’estranea, una sconosciuta. Non c’erano le domande tipo: „e tu chi sei?” ne’ voglia di chiedere informazioni: „cosa fai qui? di dove vieni? cosa fai nella vita?” - quelle domande tipiche della nostra mentalità, quando conosciamo un altro.
Hanno reagito cosi’ come se ci conoscessimo da 100 anni, come se sapessero tutto di me. Non c’era bisogno di denominare, valutare, giudicare.

Domandavano invece le sensazioni: „sei felice? ti piace questo? vuoi vedere qualcosa di bello?”
A dir la verità, la nostra comprensione si svolgeva nello spazio al di là delle parole.

Era la compartecipazione, un sentimento comune.
Quello che mi ha colpito di più in loro, era il sorriso amichevole, sempre presente sui loro volti.
Radiazione di calore e di bontà. Un sorriso particolare.

Diverso da quello che vediamo spesso durante le riunioni amichevoli oppure sulle copertine delle riviste.
Un sorriso che emana da una luce interna, dalla tranquillità e armonia.

Un sorriso calmante, che dà la sensazione di intimità, di appartenenza.
Fuggevoli istanti di gioia comune, incontri per le strade, nei templi, nei monasteri.

I volti illuminati e le mani messe nell’atto di salutare –
NAMASTE – “Il Dio in me si inchina al Dio in te” -

sono appunto le più belle emozioni che l’Oriente mi ha donato.


“Viaggiando conosciamo il mondo, la gente, e soprattutto se stessi. Ogni evento, l’incontro di ogni uomo ci trasforma, rivelando ancora un altro frammento del nostro mistero. Il viaggiare è una disposizione permanente alla scoperta e alla ricerca, una giovinezza eterna. Per poter viaggiare non c’è bisogno di diventare ricco o povero. Ĕ lo stato della mente libera dai legami, dove il premio o la perdita sono accettati con la stessa contentezza”.
(Mal Sunjandar)


Traduzione: Bożena Topolska

DESERTO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Mi dicono - se conoscessi te stesso

conosceresti tutti gli uomini
E io rispondo - solo andando alla ricerca di tutti gli uomini
conoscerò me stesso” (Kahlil Gibran)



Sono partita per l’Egitto per stare ai piedi delle piramidi misteriose, sentire la loro forza, per trasferirmi nei tempi dei miti e degli dei, sentire i brividi di estasi dalle statue di pietra e ... ritrovare il famoso tesoro nascosto.
Anche se i miracoli dell’Egitto siano stati per me una grande emozione artistica, non ho trovato il tesoro nascosto nei templi monumentali. Mi aspettava altrove, lontano dai templi e dalle città, nello spazio selvaggio e aspro, tra le sabbie e le montagne di pietra ...


Il deserto.
Un silenzio e un infinito inimmaginabile.
Un sollievo per la mente impastoiata dai pensieri.
Un riposo.
Un vuoto che è pieno.
Un luogo di purificazione.
Una fonte.


Immersa nella contemplazione silenziosa del paesaggio del deserto, ho notato lontano all’orizzonte la figura di un beduino solitario che si avvicinava. Pian piano e solenne si dirigeva verso le pietre sistemate sulla sabbia.

Si è messo a sedere nel cerchio magico e si è dato alla meditazione e agli inchini.
Mi ha commosso la semplicità del suo tempio - qualche pietra appena. Stava a lungo, immerso nella preghiera, non sapendo di essere osservato da qualcuno. Non ho avuto i dubbi di essere testimone del contatto vero dell’uomo con il sacrum. L’energia della preghiera emanava pure verso di me. Ho sentito di essere presa da quel particolare stato di beatitudine, che l’uomo prova avvicinandosi all’assoluto - la sensazione di unita’ con il tempo e l’esistenza universale.
Ogni cultura determina questo stato particolare con diversa denominazione, cosi’ come ogni religione chiama dio con un nome diverso. Però, nel deserto, lontano dalla civilizzazione, viene confermata la nostra profonda sensazione, che tali differenze non hanno nessun significato, che “tutto è unità, che ogni uomo nel suo essere naturale mira alla realizzazione, che ognuno ha nostalgia del sacrum, e che <le parole sono la causa dell’incomprensibilità>”.
Il momento della preghiera comune è stato eterno.

Dopo, ci siamo incontrati faccia a faccia andando al villaggio vicino dei beduini.
Il saluto è stato un riconoscimento.
Ci siamo guardati con naturalezza, sorridendo. Una comprensione senza parole. Una coesistenza.
Tale incontro sarebbe possibile nei templi dorati e imponenti, ornati di mosaici colorati?

Dove si rispettano i diritti già stabiliti e i principi dei libri sacri e delle istituzioni?

Dove sono presenti gli sguardi vigilanti della folla che giudica?

Dove arrivano i rumori della città immersa nel caos? Dove “diversità” vuol dire “estraneità”?
La coesistenza col “conoscente” beduino l’ho sentita durante tutto il mio soggiorno nel villaggio.

Alla fine, insieme agli altri “estranei” sono stata invitata a partecipare ai canti notturni dei beduini intorno al fuoco. Inebriati della forte lamentazione comune  e dei ritmi battuti con le mani, si sono immersi in una vera trance. E travolti cosi’, nuotavano con la musica negli spazi notturni infiniti.
Solo uno, a volte mi guardava e sorrideva leggermente.
Sentivo che nel luogo, dove le stelle scendono così in basso mi è stata donata una cosa molto preziosa.

Traduzione: Bożena Topolska

L’IDENTITÀ DEI POSTI ABBANDONATI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Kazimierz anno 1997

 

Le case distrutte. Le finestre nere. Le porte chiuse con le tavole.

I mobili buttati via, gli oggetti coperti di ruggine, le pareti scrostate.

I colori sbiaditi, fessure, macchie di umidità, iscrizioni cancellate.
I luoghi abbandonati.
Una volta permeati di profumi, suoni, energia della vita fuggente.


“Case di periferia dalle finestre cerchiate
case che tossiscono piano
brividi dell’intonaco
case dai capelli radi
il colorito malaticcio.

Vorrei inventarvi dei nomi
riempirvi del profumo dell’India
del fuoco del Bosforo
del brusio delle cascate.” (Z. Herbert)

 
Girando il Kazimierz sentivo una strana identità con l’aria che pian piano, ma irreversibilmente va via da questo posto.

Ne sono nate le fotografie che costituiscono la registrazione degli influssi reciproci,

dell’immagine della materia, delle forme, degli oggetti.

Gli autoritratti del Singer - Una sagoma vaga con  i contorni dilagati, passeggera.
I ritratti di Jerzy Panek.
Lo studio del maestro era ubicato in via Szeroka.

Gli incontri con il Signor Jerzy e con Joanna Gałecka  erano eccezionali, magici.
I racconti, il guardare i quadri, la musica classica. L’umore irrepetibile del Signore, i suoi caratteristici modi di dire,

le parole ripetute molte volte per sottolineare la profondità di una sensazione.
Il sapore delle olive, dei pasticci di cavolo, del balsamo dei cappuccini.

L’atmosfera di calore, sincerità e semplicità. Jerzy Panek diceva:


“La cosa più importante è il vedere. Il vedere, ma non il combinare come comporre il quadro.

Il vedere, perché quando uno vede, il resto si compone da solo”


In che modo liberare la percezione per poter vedere veramente? Dove sta il confine tra „guardare” e „vedere”?

Il Signor Jerzy si guardava a lungo allo specchio prima di tracciare le prime linee dell’autoritratto che disegnava per me.

Mi ricordo il suo sguardo penetrante, come se vedesse se stesso per la prima volta.

Eppure di autoritratti ne aveva già disegnati tanti...


Lo sa - diceva - ogni volta sono completamente  diverso, completamente diverso ...


Sono rimasti gli autoritratti del Signor Jerzy, i quadri, le grafiche. Sono rimasti i ricordi, le fotografie.

Che cosa sono queste fotografie? La registrazione del passato oppure dell’eterno presente?

Una frazione di secondo fermata? 

Qualsiasi cosa siano vale la pena di ricordare che c’è in queste anche di più di quello che si vede.

Traduzione: Bożena Topolska

 

TRACCE, OMBRE, RIFLESSIONI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Di alcune tracce effimere mi parla una fede autonoma, che non toglie loro nulla,

esse ruoteranno in ogni sfera” (Stachura)


Una traccia – qualcosa che rimane. Un segno che ci parla dell’assenza.

Mi interessano le tracce piu’ delicate, piu’ effimere. Quelle che durano un po’ piu’ di un attimo.

A volte e’ difficile afferrarle, notarle. Spesso sono invisibili.

... ombre della gente che si passa accanto, riflessioni nell’acqua, nel cielo, nelle nuvole.

Un vortice di figure in movimento. Una strada battuta dalla pioggia.

Una figura nel sole vista a palpebre semichiuse. Un vetro di un treno che va, che presenta non solo il paesaggio che muta dietro i finestrini, ma anche le facce delle persone sedute accanto a noi.

Un’ombra d’uomo immerso nel paesaggio.

Viene in mente un’immagine di Caspar David Friedrich „Due persone al mare al sorgere della luna”.

Sullo sfondo di un paesaggio orizzontale ritroviamo due personaggi misteriosi assorti dinanzi al mare aperto. Intorno si spande una certa nostalgia indefinita. Mi immagino sempre che dalla parte opposta, che anche sull’altra riva vi siano delle persone. E benche’ stiano l’uno di fronte all’altro, sono molte cose che li dividono. L’uomo immerso nel paesaggio mi ha sempre incuriosito. La sua diversita’ da tutto quello che si trova intorno,

fa sorgere delle domande: „Da dove viene? Chi e’? Dove va?”

In che cosa consiste la magia degli spazi che lo richiamano? Estensione, infinito, cielo, aria, vento.


“Il cielo, enorme, pieno di un’esistenza rilevante, una riserva di spazio e un’ eccedenza di mondi diversi. E noi, troppo lontani per misurarne le forme e troppo vicini per distoglierne lo sguardo” (Rilke)


Amo immergermi nei paesaggi che mi richiamano per la loro nettezza, armonia.

Voglio assorbirne forza, freschezza, bellezza. Tranquilizzarmi completamente. Andare tagliando il vento. Guardare, ascoltare, tacere.


“Conosco persone che scendono ad una stazione o che saltano giu’ dal treno proprio per entrare in quel paesaggio che ad un tratto li aveva affascinati. Per esserci dentro. Per confondersi con esso.

Per divenire un’unica linea. Un solo verso della stessa poesia” (Stachura)


L’ammirazione per il paesaggio e’ soltanto uno degli elementi della mia pittura. Tramite la raffigurazione del personaggio che si distingue dallo spazio vibrante, volevo suggerire che non coincideremo fino alla fine con quello che ci circonda, che dentro di noi c’e’ qualcosa che forse non si potra’ ritrovare sotto nessuna altra forma. Eppure a volte sentiamo che tramite un‘esperienza spirituale, tramite l’arte ci avviciniamo ad un’altra esistenza. Proviamo nostalgia per qualcosa che abbiamo appena presagito. Le tracce effimere che lasciamo per strada – le nostre ombre, riflessioni, sguardi, sorrisi, in realta’ sono forse le uniche che non passeranno. Forse rimarranno in tutti quei posti in cui siamo vissuti, negli spazi ampi, infiniti. Lontani da ogni influsso che li possa annientare. Fuori dal tempo.


“Rimarra’, per sempre rimarra’ una riflessione nel cielo o in una nuvola,

e le nuvole cadendo - ritorneranno, e il cielo sollevandosi  – cadra’ almeno con la pioggia,

e in ogni goccia rimarra’ un’immagine piccolissima” (Baczynski)


Postscriptum:
Quello che mi affascina di piu’ nella pittura, e’ la possibilita’ di esprimere il silenzio.

Il silenzio dietro al quale si nasconde tutto il tumulto di pensieri imbrigliati,

di sentimenti incomprensibili. Del resto, esiste una parola con la quale si possa esprimere il silenzio?



Traduzione: Bożena Topolska

Music © Kamal 

© Izabella Pajonk 2014 / indi arte garden

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